Venerdì 11 novembre proietteremo l’ultimo grande film di Francois Ozon – “Frantz”. Paula Beer, l’attrice protagoista, si è aggiudicata il Premio Mastroianni al Festival di Venezia 2016. L’evento è organizzato in collaborazione con Caserta Film Lab

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Germania, 1918. Anna (Paul Beer) si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte. Ma una mattina s’imbatte in Adrien (Pierre Niney), un giovane e misterioso francese che sta pregando davanti alla stessa lapide. Chi è quest’uomo e quali sono i suoi rapporti con Frantz?
L’uomo che visse due volte, anzi tre. Ha evidenti ascendenze hitchcockiane questo mélo in b/n diretto e interpretato magistralmente (magnifica Paula Beer), dove una volta di più amore e morte si corteggiano, si inseguono, pericolosamente si confondono. Necrofilia, feticismo, fantasmi del desiderio, ovvero l’abc del genere, infettano questa variazione sul tema tratta da una pièce di Rostand – da cui già Lubitsch aveva ricavato Broken Lullaby – ambientata nel primo dopoguerra (sposando dunque anche la retorica del fidanzato/figlio morto al fronte) senza però risolverla del tutto.
La maturazione di Ozon come autore è proprio in questo scarto tra l’impeccabile rilettura filologica e l’intima necessità emotiva che lo porta da un lato, e non di rado con crudeltà, a scandagliare l’animo della sua sfortunata eroina (fino a celebrarne, col colore, la rinascita) e dall’altro a ribaltare – ultimo e inverante atto nella meccanica della sostituzione che regola tanto il cuore del personaggio quanto quello del film – il valore negativo della fascinazione per il simulacro quale affettazione patologica. Certe bugie invece, come le bugie del cinema e dell’arte (così si spiega il finale davanti al “suicidio” di Manet), rendono meno amara la verità. Splendida fotografia di Pascal Marti.

Teo Zampa – Cinematografo.it

François Ozon non sbaglia un colpo e ogni volta si reinventa dimostrandosi capace di padroneggiare il genere scelto. Commedia, musical, thriller, dramma: ci ha dato ottimi esempi in tutti questi generi.

Questa volta mira al dramma storico, guardando al melodramma del cinema che fu, e il risultato è ancora una volta sorprendente, confermandolo il regista più interessante del cinema francese.

Frantz è un film che trabocca di eleganza, non solo formale. A una suggestiva fotografia che mescola il bianco e nero ai colori (riservati alle scene emotivamente più intense) si aggiungono degli attori che si muovono con eleganza all’interno di inquadrature ben studiate seguendo un copione dal fascino dei tempi andati. Non a caso l’ispirazione è un melo di Ernst Lubitsch del 1932 di cui preferisco non svelarvi il titolo poiché troppo rivelatorio.

In Frantz il personaggio del titolo è l’ossessione dei protagonisti, ma appare solo in colorati flashback, poiché morto. La sua fidanzata vive con quelli che sarebbero diventati i suoi suoceri se la prima guerra mondiale non avesse ucciso l’adorato figlio unico Frantz. Recandosi quotidianamente alla tomba dell’amato, la ragazza vede uno straniero misterioso, venuto anche lui a deporre dei fiori…

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